www.olivierobeha.it
 homepage  IPSE  LIBRI  GIORNALI  POESIE  SCRIVI  BEHABLOG
 
CALCIOPOLI, PALUDE ITALIANA

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 17 dicembre 2009

Non si capisce nulla di quello che è stato ed è lo scandalo di Calciopoli, arrivato alla prima sentenza di condanna, se non lo si collega all'habitat italiano che contiene il calcio e ne è contenuto. Anticipo schematicamente quello che penso naturalmente con tutta la responsabilità personale del caso. Il calcio è ormai "scandaloso" di suo e coinvolge la politica e l'economia ai massimi livelli di questo paese. E' scandaloso da quando è diventato un business iperindustriale che fa girare un'enormità di denaro, di visibilità, di impatto popolare spendibile su altri piani. Ricordo, sempre schematicamente, che Berlusconi è diventato padrone e icona del Milan ormai quasi 24 anni fa, ben prima di "scendere in campo" nell'altro, ponderoso senso che occupa da quindici anni le nostre giornate.

Dunque non è facile circoscrivere il calcio, il suo mondo, il suo potere, i suoi poteri. E per dare l'idea di che cosa c'è in ballo oggi mentre leggete, per il 2010-2011 per la Serie A ci sono complessivamente 400 milioni di euro di iniziali diritti tv per cui solo a esserci in calendario comunque ogni squadra di A ha 20 milioni garantiti. Dico cioè che per salire in A dalla B o per non retrocedere dalla A in B (cui rimangono briciole infinitesimali) si può in teoria (e magari in pratica) fare di tutto o anche solo ipotizzare di tutto. Aggiungiamo che nel calcio non c'è reale divisione di poteri, visto che Federcalcio e Lega si divorano tutta la forza politica lasciando al potere giudiziario (giustizia sportiva fuori campo e arbitri in campo) un'autonomia men che formale. Per capirci, il sogno di Berlusconi per questo paese... Anzi, forse l'idea gli è venuta da Galliani e dal mondo rotondo...

In questa situazione paludosa si muovevano prima di Calciopoli tre club più forti, dopo la frantumazione del fronte delle cosiddette "sette sorelle" (di cui facevano parte a cavallo del 2000 anche Fiorentina, Roma, Lazio e Parma), ossia la Juventus della Fiat, l'Inter di Moratti-Saras e il Milan del premier. Il resto è sempre stato contorno per tutti, anche se i tifosi non se lo volevano né se lo vorrebbero sentir dire. Il problema di Calciopoli nasce quando la Juventus di Moggi e Giraudo si sente schiacciata dalla forza politico-televisiva del Milan e dai soldi un po' (molto) acefali dell'Inter. Direte: ma la Juventus aveva dietro la Fiat. Non più, negli anni dello scandalo, perché la famigerata Triade sapeva come fare senza denaro, applicando competenza calcistica (Moggi) e cinismo manageriale (Giraudo) assieme all'immagine del campo (Bettega). Come avveniva questa applicazione a "spese zero" che ha fatto vincere tantissimo alla Juventus in Italia e fuori? Con i metodi che applicano i lobbisti o i "mafiosi" in una lettura peggiorativa, garantendo favori agli arbitri disponibili a tutto pur di far carriera, promiscuità con la vita sociale "juventina" a figure pubbliche, una serie di "millantato credito" da far paura. Temo che il processo di Napoli, quello di rito ordinario che riguarda Moggi e un'altra caterva di imputati, si incaricherà di dimostrare che le cose stavano più o meno così per tutti, Milan e Inter compresi.

Quindi il sistema-calcio, parte del sistema-paese, resta quello continuamente a rischio di corruzione, concussione, truffa che era ed è, ma penalmente – vedrete – sarà arduo dimostrarlo. E soprattutto è impensabile che riguardi solo Moggi e la Juve e non i suoi competitors, magari in altra ma non troppo dissimile forma (cfr. Meani-Galliani-Collina) e gli assistenti arbitrali e le dichiarazioni ultime di un guardalinee sull'Inter, sempre in aula, a Napoli. Si aggiunga anche che se il calcio italiano è "ambientalmente mafioso", le istituzioni di Federazione e Lega sarebbero quei "pezzi dello Stato" equivalenti a quelli che nelle vicende di Ciancimino e soci avrebbero trattato con gli stragisti. Nessuno se la sente di scoperchiare davvero il pentolone, insomma, anche perché è il "pentolone preferito dagli italiani".

Lunga premessa per dire che la prima condanna a tre anni nel rito abbreviato a Giraudo per associazione per delinquere si presta subito a due osservazioni (che niente hanno a che vedere con la mia lettura di "colpevolista" sistematico, cioè a spese della lealtà sportiva ormai sbriciolata) in senso stretto. La prima riguarda il fatto che per Giraudo la richiesta dell'accusa (sulla base di documentazione prevalentemente della giustizia sportiva e senza escussione di testi) era di cinque anni: il giudice ha deciso per tre, perché Giraudo non risulterebbe nella sostanza il vero "capocosca": se non lui, allora chi, se non Moggi? Il giudice è Eduardo De Gregorio, che aveva già prosciolto l'ex presidente federale Franco Carraro, il cui vice di allora è l'attuale presidente federale, cioè Giancarlo Abete, e il suo collaboratore Francesco Ghirelli.

I soli due prosciolti della caterva di rinviati a giudizio, malgrado telefonate apparentemente assai compromettenti tra due "pezzi dello Stato" calcistico, come Carraro stesso e l'altro imputato Paolo Bergamo, designatore degli arbitri. Curioso, questo gup, avrà avuto i suoi motivi. Ma è lo stesso che ha condannato Giraudo in primo grado. E allora? E Carraro è lo stesso che il giorno dopo, martedì scorso, pur prosciolto si è presentato a Napoli a sostenere che i suoi rapporti istituzionali li aveva solo con Giraudo, essendo i contatti con Moggi solo "scambi di opinione con un competente". Dunque per Carraro l'eventuale mandante non può essere che Giraudo, appunto già condannato ma non come tale. Ulteriore corto circuito. E siccome tutto lo scandalo ruota intorno all'uso-abuso di arbitri e assistenti, e per ora De Gregorio ne ha condannati solo tre su dieci, ecco che anche questo aspetto resta tutto da chiarire nelle sue contraddizioni. Tutto ancora per aria, dunque?

o.b.

Tutti gli articoli ^



 
la riproduzione dei contenuti di questo sito è consentita purché ne venga citato l'Autore e linkata la fonte
realizzato da Snoopers