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ALL’ULTIMO STADIO
Quasi tutte le strutture sono state rifatte per Italia ‘90: ma la neve (prevista) manda in tilt

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2009

Questa giornata pre-natalizia con tutte le polemiche e gli strascichi del caso mi fa ringiovanire di colpo: ma “All’ultimo stadio”, sottotitolo “Una Repubblica fondata sul calcio”, non è un libro del 1983 firmato da chi scrive e dall’esimio sociologo Franco Ferrarotti? Lui ci mise la sua scienza e le “piccole patrie” che nel calcio riprendevano un antico discorso di Comuni e Signorie, io la mia esperienza di campo e campi e i nessi con la politica e l’economia dell’Italia di allora. La Repubblica non era intesa come il giornale su cui scrivevo, anch’esso orbo del numero del lunedì, bensì come quella di Pertini e dei premi in dollari che ripartirono con gli azzurri svicolando le tasse sull’aereo presidenziale dopo la vittoria dei Mondiali di Spagna, “in nero”. In nero, stupirete leggendo, dopo un triumpho mundial? E certo, perché lo sponsor azzurro di Zoff, Tardelli ed eroica company, cioè “Le Coq Sportif ” diramazione dell’Adidas, sganciò dollari via via bypassando la Federazione di allora, che comunque sapeva e benediva.

Storie vecchie, che oggi non potrebbero mai ricapitare dal momento che con Tremonti non si scherza, il rigore è il rigore… Ma anche lo stadio è lo stadio: il nugolo di partite rinviate per maltempo, tra l’altro previsto nitidamente dai metereologi e smaltito molto meglio nel resto d’Europa sia per il calcio che per la viabilità e i trasporti, ha rimesso al proscenio la questione degli stadi. Non sono adeguati, magari si poteva giocare a Firenze o a Bologna o a Genova ma non erano agibili le tribune, bisogna affrettarsi a mettersi in pari con il resto d’Europa che ha gli stadi nella gran maggioranza coperti per gli spettatori, altrimenti non ci daranno da ospitare più niente, ecc.ecc.

Quello che manca nella discussione del presente e nella prefigurazione del futuro è come sempre la memoria. Siamo o ci fanno diventare un paese di lotofagi, che come ricorda la Gazzetta dello Sport appartiene all’Odissea. Mangiavano loto e perdevano la memoria. Ma loro erano splendidamente mitici, i nostri sono dei furbastri a cui la memoria dà solo fastidio. Prendiamo appunto il caso degli stadi. Quasi tutti sono stati rimodernati o rifatti ex novo per i Mondiali del ’90, ospitati dall’Italia e persi dall’Italia, in campo e fuori (ancora urlano per la fregatura presa dalla mancanza di turismo ricco i commercianti e gli albergatori di allora). Spese enormi, fuori budget un po’ come le piscine per gli ultimi Mondiali di nuoto romani dell’estate scorsa chiusi con un buco di 9,6 milioni di euro tuttora da ripianare e inchieste della magistratura per le deroghe a go-gò del piano regolatore.

Ma, tornando al ’90, anche morti nei cantieri in un “inciucio” ante litteram di tutta la politica di vertice e di capitale (nei due sensi, anche qui…), e qualche “effetto speciale”. Come per l’Olimpico. Il presidente del Comitato organizzatore, Carraro, che aveva come direttore generale Luca di Montezemolo (che poi sarebbe andato a “rifondare” la Juventus con Maifredi “riaffondandola”: oggi farebbe comodo…), fu chiaro: o dotiamo l’Olimpico di una copertura pressoché totale dei posti, oppure niente finale. Ma come, strillazzarono giustamente gli ecologisti, se copriamo lo stadio sarà un crimine contro l’ecosistema, l’equilibrio del luogo, Monte Mario che vede – a sua volta venendone rivisto – il Tevere ecc. ecc. Non ci fu verso, e si coprì trasformando l’Olimpico nel mammozzone che sappiamo anche se poi quattro anni dopo, negli Usa, Carraro spiegò che forse non si erano capiti, non sarebbe stato poi così obbligatoria quell’orrenda tettoia ovale. La finale l’avremmo avuta a Roma lo stesso.

E lo stadio Delle Alpi di Torino? Sempre ’90 ma ex novo, oltre 69 mila posti praticamente tutti al coperto, anche qui denari e incidenti a strafottere: solo che per manifesta inutilità è stato demolito tra il 2008 e il 2009, demolizione completata nel luglio scorso. Tutto questo nessuno lo ricorda. Come pochi rilevano che il problema non sono gli stadi, ma la speculazione edilizia che c’è dietro, a Firenze con il braccio di ferro tra il club, il comune e alcuni proprietari di un terreno piuttosto che di un altro. Oppure a Roma, per i due club, o a Bologna… e potrei continuare. Stadi piccoli e coperti mentre vent’anni fa “andavano” stadi grandi e semiscoperti: è la “moda”, bellezza.

Adesso dopo la voracità dei diritti tv si scopre che lo “stadio” è un luogo sociale da non perdere. Dove eravate mentre trasformavano il pallone in un’industria speciale di tv e politica mischiate? Per questo mi fido poco, solo per questo. Anche perché molti di coloro che vogliono mettere “la prima pietra” anche stavolta sono gli stessi di allora, direttamente o indirettamente. Per il tifoso queste non sono “cose serie”, e quasi non vuole leggerle o sentirsele ricordare, lotofago anche lui come l’italiano in genere . Non è facile ricollegare la storia degli stadi a quella dei club, e quella dei club all’andamento in campo, e l’andamento in campo ai poteri, compresi quelli di Federazione e Lega (che adesso tuona con Beretta sugli stadi nuovi ma ha avuto fino a ieri per presidente Galliani, dominus dei diritti tv, eletto dai colleghi “come se” fosse tutto normale). E tutto ciò al sistema arbitrale sotto processo in Tribunale da tre anni. Non è facile. Come non è facile capire perché la Juventus sia precipitata dopo un buon inizio di stagione, pagando un cattivo clima (Berlusconi per una volta non c’entra) societario prima che tecnico. Hanno cacciato Ranieri, forse più esperto di Ferrara… ma adesso stanno mettendo Ferrara nelle condizioni peggiori in un cannibalismo interno che si specchia in una tifoseria “viziata” dai successi e non priva di frange che recitano da estremiste e razziste magari manipolate. E – a quel che sembra – presi come sono dagli interessi questi club non imparano mai…

o.b.

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