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NERI E NON PER CASO
La crisi di Torino nell’Italia anestetizzata, il razzismo di ritorno tra Balotelli e la Coppa d’Africa
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio 2010
C’è qualcosa che lega il caso Juventus al caso Torino per una doppia crisi torinese nel derby della delusione? E c’è qualcos’altro che lega queste crisi pallonare con la questione stadi-razzismo posta dal ministro Maroni e riecheggiata dal presidente della Federcalcio Abete? E la questione così delicata è una faccia di quel prisma emerso con i fatti di Rosarno, dove è saltato un tappo di malessere che rimanda a molte altre bottiglie italiane? E tutto ciò è proprio così distante dalla Coppa d’Africa, dall’Angola, dai separatisti di Cabinda, dal pullman del Togo assaltato, da quei morti, da quel ritiro dalla Coppa, dallo “show pallonaro del continente nero” che deve comunque continuare anche senza i togolesi, squadra e governo di quella Repubblica intesi insieme?
Sono anelli della stessa catena oltre ad essere tessere di un mosaico contemporaneo che mette paura? Personalmente credo proprio di sì. Ma andiamo per ordine.
Mentre scrivo non è stato ancora cacciato Ferrara dalla panchina della Juventus, così come è invece toccato a Beretta al Torino dove è tornato Colantuono. E farebbero bene a tenerlo, Ferrara, a condizione che la società sappia e voglia dargli quel supporto che finora è mancato. E’ evidente che la corsa a gambero della Juventus, e del Torino nella serie cadetta, non può avere soltanto e neppure tante spiegazioni tecniche, che naturalmente ci sono. Sono due club sbandati, almeno nel senso che la filiera vertici societari-staff tecnico-squadra ha sia nella Juve sia nel Torino delle smagliature evidenti. E fa impressione veder succedere all’Olimpico di Torino episodi come i sedili divelti e bruciati, le cariche della polizia dentro e fuori lo stadio, dopo aver letto in settimana delle aggressioni a giocatori del Torino a cena con le famiglie. Sono anche questi tappi che saltano, di un disagio e un degrado socio-calcistico che covano da tempo nell’ex Belpaese ma che vengono sempre rintuzzati o ancora meglio ignorati. Milioni spesi davvero in modo dubbio dalla Juve, postuma di “Calciopoli”, un’aria da precariato spinto in un club glorioso o gloriosissimo come il Toro, segnali complessivi di incapacità e di sottovalutazione dei “rischi di impatto ambientale” del calcio nel suo humus. E mentre l’Inter fatica meno del Lecce a guidare la classifica più importante e il Milan è tornato il Milan senza Kaká, cioè quasi giovandosi della perdita “sensazionale” del timorato di Dio finito al Real Madrid (è inutile, Berlusconi è sprecato come premier… se ne intende troppo di calcio), il ministro musicista Maroni ci ricorda la tolleranza zero, negli stadi come a Rosarno. Gli arbitri, ha detto esternando alla grande prima ancora di gonfiare in petto il suo cuore rossonero, devono poter fermare un match se sentono cori razzisti o vedono striscioni incriminati (devo pensare che “viva Hitler” sia rischioso come “negro di merda” oppure no?). Gli ha risposto Abete chiedendo nuove norme e nuove autorizzazioni, invece di spiegare con pazienza al ministro che intanto evidentemente finora “si è scherzato” malgrado tutta la retorica della “guerra agli striscioni” e ai cori che ricordo al Viminale già trent’anni fa, sia pure sussurrata e non urlata con voce da Stentore.
E poi che un arbitro oggi in Italia è soggetto talmente a rischio, in bilico, esposto ecc. (cfr. “Calciopoli”…), che aggiungergli la responsabilità di fischiare la fine o di non cominciare una partita sembra francamente scherzare col fuoco. Per il ministro e il suo personale specifico a dare l’inizio a queste operazioni di bonifica da stadio, non è mai troppo tardi… Sono curioso di vedere che cosa accadrà, dopo una vita passata a parlarne. Nel frattempo manderei Abete a rifarsi gli occhi e le orecchie a Rosarno, per capire se c’è qualche attinenza tra l’italiano tifoso, l’italiano del “non sono io razzista, è lui che è negro”, la funzione del calcio in teoria di “calmiere”, di fratellanza nel gioco tra atleti dalla pelle di diverso colore, la detonazione metaforica e non solo dello stadio collegata a situazioni di “non vita o di vita minore” come a Rosarno, denunciate dall’Osservatore Romano dopo l’omelia papalina. Riconsiderare il valore sociale e di comunicazione del calcio dovrebbe essere una priorità, ma per chi? Per Maroni, per Abete, per Balotelli, per tutta quella sequenza di giocatori e giocatorini (nel senso di bambini che giocano da tesserati) di pelle scura che figurano nelle serie professionistiche, tra i dilettanti, nel settore giovanile? Davvero ci vuole un genio per porre la questione “immigrazione” a contatto della questione “razzismo nel calcio” così da fare in modo che si illuminino a vicenda? E per immaginare un futuro colorato fin da giovanissimi nel calcio come nelle scuole (ma il calcio come tutto lo sport è all’apparenza più “facile” come veicolo di educazione e di comunicazione)? Ma chi ci pensa? Il Coni? Non è affar suo? Il ministero dell’Istruzione? E che ne sa la Gelmini in un paese carente di cultura sportiva per i bianchi prima che per i neri?
Forse bisognerebbe chiedere a Ghezzal. Chi è Ghezzal? E’ un calciatore del Siena, che è in Angola a rappresentare l’Algeria e manda segnali di grande preoccupazione, se non addirittura di paura: paura che venga aggredito anche il suo, di pullman, paura che questa Coppa d’Africa si trasformi in una gigantesca trappola che preluda a dei Mondiali “pericolosi” in Sudafrica tra cinque mesi. Adesso si dibatte se fosse meglio che il Togo rimanesse a giocare malgrado le vittime, oppure no: se l’Africa, la manifestazione , il Calcio con la maiuscola ne sarebbero usciti meglio. C’è un equivoco di fondo. Il continente più sfruttato del mondo non si trasforma così docilmente in vetrina per chi vende (spaccia?) una merce adorabile come il gioco del pallone, cercando nuovi mercati soprattutto televisivi. Reagisce male, come per i diamanti o il petrolio, per farla breve. E secondo gli organizzatori dovrebbero invece assistere con flemma ma anche con calore tutto africano a uno spettacolo cui forniscono il palcoscenico? In ballo non c’è il calcio, o il sogno, ci sono soldi, così come a Rosarno. Ma dirlo o dirlo a voce troppo alta non sta bene...
o.b.
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