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Avatar emoziona per gli effetti specialissimi, ma tutto resta in superficie
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 31 gennaio 2010
Ho visto “Avatar”, una play-station senza pulsanti. Il cinema non era pienissimo (penultimo spettacolo, Roma centro) anche se il film è campione planetario di incassi e onusto di nominations per gli Oscar. Entrando ero invece già pieno di cose lette, commenti, polemiche: il caso c’era già tutto, restava solo da vedere il filmone con gli occhiali 3D da restituire poi all’uscita. Una grande novità fin da questa protesi? Sì, no, forse. Una sorta di Matrix anche per noi comuni e mortalissimi spettatori? Di sicuro a me come detto tutt’altro che “tabula rasa” ha fatto effetto vedere “prima” il trailer di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, da marzo in Italia con le medesime modalità sofisticate di “Avatar” ma ancora più coinvolgente sul piano degli effetti speciali. Paradossale: ho visto un film, già secondo molti nella leggenda per il computer che sostituirebbe la macchina da presa, un film di fantascienza non tanto o solo nella storia quanto nelle modalità di realizzazione, ”dopo” aver visto tecnologicamente il suo seguito, o almeno un gradino in più per quella stessa scala. Cambierà la “storia del cinema”? Non credo, casomai solo quella di “genere” e come è stato detto si tratta più di un processo di produzione più sviluppato che non un fase ulteriore del “cinema” nel suo complesso. Ma è un discorso che sembra per addetti ai lavori, quale non sono. Lavoriamo invece su un paio di tesi.
E’ curioso come il Vaticano, per bocca e penna di Radio Vaticana e dell’Osservatore Romano, abbia “scomunicato” il kolossal di Cameron sostenendo che “strizza abilmente l’occhio a tutte quelle pseudo-dottrine che fanno dell’ecologia la religione del millennio. La natura non è più la creazione da difendere ma la divinità da adorare”. Perbacco. Sembra un po’ Al Gore e un po’ il “novissimo” Osama Bin Laden. Se il film fosse davvero questo e suscitasse una reazione del genere nello spettatore, meglio addirittura nel “giovane spettatore”, sarebbe tutt’altro che inutile, eticamente ed esteticamente prezioso. Una questione non nuova, certo, ma irrisolta e cruciale. Sarebbe una lente (al di là degli occhiali 3D…) strepitosa per leggere lo stato delle cose. Timore preventivo del Vaticano, aggettivo che rimanda irresistibilmente a Bush.
Bush? La guerra in Iraq? I militari del film di Cameron sul pianeta Pandora da “sfruttare”? Corto circuito, o circolo vizioso della mente. Dietro il non plus ultra (per ora, fino ad “Alice” almeno…) della tecnologia applicata al cinema si nasconderebbe dunque una “pseudo-religione dell’ambiente”? Gli Avatar scientifici ultima frontiera degli alberi da salvare? Un partita a scacchi di simboli e metafore o un guazzabuglio di mercato (cinematografico)? Andiamo avanti, sempre a braccetto del Vaticano, questa volta non timoroso ma assertivo: ”Tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere, emozioni umane per intendersi”. Ecco, intendiamoci. E facciamolo sulla base del denominatore comune delle “emozioni”, virgolettate per capire se al significante, alla parola, corrisponde ancora il medesimo significato.
A questo aspetto decisivo per le umane genti, e per il popolo del cinema e del “sogno”, si legano due approfondite analisi di “Avatar” da parte di Roberto Faenza, indubitabilmente del ramo, prima su “Repubblica” e poi qui. Gli carpisco solo la parte che più mi interessa, meno cinematografica, più antropologico-culturale e quindi sociale e politica. Scrive Faenza: ”Queste pellicole (oltre ad “Avatar”, “A Christmas Carol” e “Sherlock Holmes”, ndr) hanno sicuramente sbalordito gli spettatori, ma dubito che li abbiano emozionati, forse perché il viaggio verso l’estremo è appena iniziato e la sopraffazione ancora non vince sull’emozione…. In una parola l’uomo non è più al centro del cinema contemporaneo (hollywoodiano), perché l’interesse del suo baricentro immaginifico si è spostato in avanti. Le lancette dell’orologio americano corrono all’impazzata verso un mondo che definire postmoderno sa già di passato e di antico…”
Ben scritto, in generale. E comunque il dubbio sulla “qualità dell’emozione” sembra paradossalmente comune. Aggiungo il mio, con una serie di note. Checché ne dica il Vaticano, o ne dubiti Faenza, “Avatar” è letteralmente emozionante. Fa sognare, impressiona, commuove. Ma con che profondità? Una profondità di assoluta superficie, credo, temo con un ossimoro. Si spalma sul sensorio degli spettatori come una pomata in uno schematismo straordinario, cioè nel caso ordinario ma al cubo. Buoni e cattivi, quasi più scolasticamente del John Wayne di tre generazioni fa.Il massacro degli indiani. Il bene che trionfa. Ma la pomata non penetra, l’effetto è placebo. ”Soldato blu” scatenava emozioni profonde, “Avatar” emozioni visive. Sono umane entrambe. Quelle visive hanno diritto di cittadinanza nel mondo onirico (contiguo e connaturato a quello filmico) come le altre.
Il punto è quello che ci succede fuori dal cinema. Dopo “Ladri di biciclette”, o “Truman show” o “Le invasioni barbariche”, per capirci, ti porti dietro impressioni profonde che nei casi migliori hanno magari contribuito a formare o a cambiare la tua storia personale. Invece ”Avatar” come lo maneggi, che cosa ne fai? Ti sei “distratto” per due ore abbondanti facendoti scivolare addosso le emozioni e i sentimenti di grana grossissima del film? Dove arriva il pathos? O per meglio dire dove si ferma? In quale strato di un’umanità sempre uguale a se stessa nel profondo, certo, ma assai diversa nel farsi “carotare” dai sentimenti? E non è forse questo lo schema binario ed epidermico della nostra vita di tutti i giorni, in una crisi epocale che ha dismesso le facoltà critiche, in cui si alza il ponte levatoio tra noi e gli altri e il fossato viene superato soltanto “per due ore” e grazie agli occhiali 3D “al volo” dai grifoni di “Avatar” che-mi dicono-almeno per ora non esistono?
o.b.
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