| |
LIBERA REPUBBLICA DI BANANAS
I soliti arbitri, un sistema cristallizzato e la favola semiautarchica di Fabrizio Miccoli e del Palermo
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 marzo 2010
Perdonate il mio imbarazzo, ma parlare di arbitri, intendo di arbitri di calcio oggi che si discute l’arbitrato (o l’arbitrio?) del primo cittadino, mi sembra come parodiare Brecht e il suo “come si fa a parlare di alberi quando c’è la guerra…” o qualcosa del genere. Del resto che la situazione italiana si fosse calcistizzata fino al midollo, in un paese di tifosi delle squadre di calcio come dei partiti, è storia vecchia. Né può meravigliare la sagacia di Berlusconi nel far riammettere le liste escluse per “semplici” irregolarità per una sorta di “ragion di Stato” privatizzata, previo richiamo della foresta in caso contrario “alla piazza”. Basti pensare a quando anni fa, nel 2005, Lotito e la Lazio, sulla spinta della minaccia-spiegazione dell’ordine pubblico a rischio, ebbero dall’esecutivo (sempre lui, Cecconi Bruno…) un’agevolazione fiscale formidabile, inarrivabile per chiunque: una voragine di debiti spalmata fino al 3011 o giù di lì, senza ragione plausibile alcuna che non fosse “altrimenti succede casino”.
Siamo un paese di questo genere, sudamericanizzato dal pallone, e quindi come al solito scrivendo di domeniche calcistiche sto in realtà scrivendo di Napolitano, Berlusconi, Di Pietro e La Russa, quest’ultimo grande tifoso dell’Inter. Sarà rimasto scontento del pari insulso della squadra per cui tifa, il luciferino alla Difesa, anche perché si sarà accorto che proprio la difesa – punto forte dell’Inter mai come quest’anno in cui non hanno preso gol neppure in dieci o in nove – sembra stanca e più lenta. E l’aspetta il Chelsea tra una settimana, forse (lo dico facendo le “fighe” per gli scongiuri danteschi, naturalmente…) per l’ultima chance di un’italiana in Champions.
Ma tornando a La Russa, se è rimasto scontento per il pari interno avrà incamerato con soddisfazione il risultato dell’altra squadra per cui tifa, il Pdl, riammesso ovunque – almeno per ora (ci sarà pure un giudice se non a Berlino almeno in Federcalcio… ma non diciamolo perché vista Calciopoli sarebbe ancora peggio…) – al voto regionale. Del resto quando vinse lo scudetto la Roma di Capello, il giochetto degli stranieri permise a Nakata di aiutare la Roma con un cambio di regole in corsa da parte federale. Quindi francamente non si capisce perché non ci sarebbe dovuto essere il consueto gioco dei bussolotti anche in un campo assai meno delicato e sentito del calcio come la politica. Tutto normale, non ci sono più gli arbitri di una volta…
Tornando all’Oscar della domenica pallonara, la mia statuetta personale va a Fabrizio Miccoli che sta portando in Champions il Palermo con merito. Quel Miccoli che ha dedicato la penultima vittoria, a Torino con la Juventus, significativamente agli operai a rischio o certezza di disoccupazione di Termini Imerese. Lui sa benissimo che i vertici della Fiat incassano meravigliose montagne di denaro, mentre migliaia di dipendenti vanno a spasso, e sa altrettanto bene che se il Palermo non farà miracoli degni di Santa Rosalia (che tutti i piazzamenti si porta via) la convenienza di riavere la Juventus in Champions come quarta farà avvenire miracoli laici a colpi di fischietto che voi umani avete finora visto solo per il Milan e succedaneamente (perché ne ha meno bisogno) per l’Inter di La Russa.
Al polo opposto la Fiorentina, che sembra aver vinto l’Oscar della più sfigata (c’è anche quello, a Los Angeles…): siamo arrivati al punto che se non le negano un rigore colossale (vedi Milan e Juve) o non le danno contro un gol in fuorigioco, vedi Bayern, nessuno si diverte più, sta diventando una specie di “classico della sfiga”.
Che la Fiorentina si è andata cercando però con il lanternino in questi mesi di dissipazione della logica, del denaro (prima risparmiato e poi sperperato), dei giocatori. Ad esempio Pazzini fa la fortuna della Sampdoria e Almiron quella del Bari. Dov’erano l’anno scorso? E potrei continuare con le didascalie dell’incomprensione profonda tra Prandelli e Corvino, due dalle nature opposte unite solo da un’aziendalismo rispettivamente meccanico e astuto, dell’inadeguatezza sociopolitica dei Della Valle bros nel capire la profondità del rapporto tra la Fiorentina e Firenze, della mancanza di un progetto purchessia, virgolettato oppure no. E intanto tutti si concentrano sulla “partita della vita”, il ritorno di oggi con il Bayern. Premesso che la Fiorentina aveva meritato a Monaco e che mi auguro si rifaccia oggi con gli interessi, sarebbe comunque “solo tra le prime otto d’Europa” con poche speranze di arrivare in fondo (al contrario del Milan che se inopinatamente passasse domani a Manchester se la vedrebbe quasi rosea). Nel frattempo il club fiorentino, la cui cosa migliore è “il popolo viola”, è sotto in semifinale di Coppa Italia e fuori da tutto, anche dalla lotta per la salvezza…, in campionato. Grande annata, ragazzi della Fiesole, non c’è che dire.
Assegnati i due Oscar in su e in giù, mi aspetto a breve verifiche sulle due squadre di alta classifica più stanche o più provate. Dico della Roma, che ha già fatto miracoli e che affiderebbe a Totti, al suo carisma e al timore che incute quando scende in campo anche se in misura ridotta, la possibilità di resistere in alto. Il Milan sabato era senz’altro migliore e ha sofferto pur non vincendo assai meno contro la Roma che contro – per dire, soltanto dieci giorni prima – la Fiorentina “supersfigata”. E dico anche del Napoli, che ha un attacco a secco se non si ricarica Lavezzi, e una difesa a sua volta un poco più stramba del dovuto.
Solo stanchezza di un campionato comunque massacrante anche se non ha le Coppe per le mani (per i piedi)? In coda alla classifica, per giocarsi la permanenza in A che significa più che prestigio 20 milioni di euro di diritti tv per chiunque al solo stilare il calendario, una specie di “chip” in un poker troppo spesso con assi nella manica e nei calzoncini, sono rimaste ad oggi in sei. Vanno giù in tre. La più titolata tra le squadre a rischio è la Lazio, che ci riporta al discorso su Berlusconi e le regole, su Napolitano e la Federcalcio. Un sistema degno di questi tempi e credo accettabile da (quasi) tutta l’attuale classe politica, sportiva e politico-sportiva, sarebbe quello che magari per Pasqua tra meno di un mese la Federcalcio stabilisse la seguente disposizione, meglio se di comune accordo con i vertici istituzionali del paese già recatosi alle urne regionali in primo grado: non possono retrocedere le squadre di città con più di un milione di abitanti.
Per una questione di ordine pubblico, di decenza e anche di buon gusto alla fine. Me lo immagino il Berlusca, anche presidente del Milan sia pure auto-sospeso per rispetto del conflitto di interessi quando è a Palazzo Chigi, che spiega dal pulpito a reti unificate come per il bene del paese e dei tifosi tutti, anzi del “tifoso ” come categoria antropologica, sia giusto fugare motivi di allarmismo metropolitano prendendo per tempo le contromisure. Per decreto, naturalmente.
A quel punto il tifoso di Siena o di Bergamo o di Livorno o similia potrebbe eccepire: “Ma allora noi siamo più coglioni?”, o qualcosa del genere. Berlusconi da presidente del Milan avrebbe tutto il diritto e il dovere di rispondere “sì, ma non è certo colpa mia. Siete più coglioni, lo dimostra anche il vostro 740 in un paese meritocratico in cui vince chi sa come scendere in campo. Ed io lo scesi”. Dopo di che credo che per la pacificazione nazionale e senza inoltrare ricorsi al Colle il cui dominus tra l’altro non è neppure di Livorno come il suo predecessore, Ciampi, le masse si ricomporranno e fornendo materiale inesauribile alle vignette di Altan (o di Vauro?) si metteranno comode. È giusto, se non sei tifoso di una squadra grossa in una città molto popolosa perché devi stare in serie A?
È esattamente come per la politica. Partecipa chi dico io e chi se lo può permettere, non è che per quattro regolucce in croce viene uno e si fa candidare e magari eleggere. Tutto passa per il filtro delle regole, che qualcuno ha fissato e qualcun altro cambia. E neppure si può far conto sui giudici come categoria. Perché, spiegherebbe Berlusconi, non è che un arbitro può fischiare come gli pare a lui, senza tener conto del contesto, della “logica”, della logistica e in particolare delle sue esigenze di carriera. Lasciatevelo dire da me, concluderebbe l’Arco(re)nte, che sono del ramo, dell’albero, della foresta.
o.b.
Tutti gli articoli ^
|
|