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LA LEZIONE DI UNA GATTA
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 25 novembre 2009
Leggo su Il Fatto di ieri una pagina a proposito del testamento biologico. Il titolo era “Se Cicchitto e Fisichella fanno comunella”, e a parte la rima il sommario spiegava che “il capogruppo e il monsignore lavorano assieme sulla legge”. L’altroieri, lunedì, nel pomeriggio è morta la mia gatta Mimmi, quasi 16 anni da sempre con noi, similsiamese o fintobirmana, il pelo bigio e lucente, un’indipendenza e un’affettuosità inarrivabili. E’ morta per un sarcoma che la stava divorando. Da qualche giorno era rapidamente peggiorata. Soffriva visibilmente, quasi non ingollava più niente, si era messa da parte, su una sedia, in penombra, perché le faceva fatica muoversi o salire le scale. Era la prima volta, in tanti anni. Fino all’ultimo ha tentato con dolore di fare le fusa, ma davvero per farci piacere. Avevamo capito che era in gioco la sua dignità. Per questo, per lei, abbiamo convocato un veterinario che con un’iniezione le interrompesse la sofferenza, e con la sofferenza il rischio di morire senza dignità, e con il rischio la vita. Oggi ha lasciato un buco. Chi ha degli animali o li ha avuti può capire.
Ma ovviamente in omaggio al sempre in agguato “e chi se ne frega!” non ne scriverei se questa morte, o fine vita, non fosse avvenuta appunto con dignità, nel silenzio, nel dolore. Senza né Cicchitto né Fisichella, senza rime, senza cardinali, senza trasmissioni tv, senza smercio di tattiche politiche, senza abusi mediatici, senza, senza, senza. Senza quell’orrido commercio che la politica ha fatto del caso-Englaro strumentalizzandolo senza alcun tipo di scrupoli, senza la voracità della stampa e la volontà di schierarsi comunque al riparo da dubbi, esitazioni, questioni irrisolte. Senza l’intenzione degli attori di una tragedia d’altri di immedesimarsi almeno un poco nella tragedia di Beppino Englaro e di una famiglia ormai da troppo tempo in assenza presente di Eluana. Senza il ritegno di non mostrare la ragazza splendente di vita prima dell’incidente, come a gara hanno fatto Vespa e soci.
Quando vegli una creatura vivente, sia essa anche una gatta di nome Mimmi, e devi decidere se tirarla per le lunghe per te, per averla ancora anche così, oppure volerle bene fino a farla smettere di soffrire inutilmente con una dignità in dissoluzione, ti cali pienamente in questa incertezza, di cui sai soltanto che comunque sceglierai a malapena (con grande pena) il male minore. L’idea che il duo Lescano citato da Il Fatto stia lì a negoziare una legge “come se” fosse una legge qualunque, l’idea che il testamento biologico possa scapolare la sofferenza e il dolore di cui è materialmente fatto e possa invece servire a una prova di forza di qualcuno contro qualcun altro mi mette i brividi. In altro, diversissimo modo è un po’ quello che è accaduto da trentacinque anni e stagionalmente, secondo i calendari della politica, con la legge sull’aborto. Nessuno con qualche stilla di umanità può essere a favore dell’aborto, ma in discussione, parlamentare prima e popolare e mediatica poi fino ad oggi, non c’è l’aborto ma la sua “dolente” legalizzazione.
Credo che un discorso analogo si possa fare sul “fine vita”, e sul testamento biologico, facendo attenzione non solo al “cosa” ma anche al “come”. Come se ne parla, con che sensibilità lo si affronta ecc. La parola “dignità” applicata a una gatta che non voleva dare fastidio e perdere del tutto la sua autonomia non è mal spesa perché si tratta “soltanto di una gatta”. In questione non c’è lei, e le sue fusa estreme, bensì noi, ciò che proviamo, la scala di valori per cui saliamo o scendiamo. E quel pudore che non può non circondare l’ultimo passaggio. Per il pudore si è battuto Englaro. Dunque non vorrei proprio che oggi Cicchitto e Fisichella dovessero prendere lezioni da una gatta.
o.b.
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